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Sciabecchi , Fregate, Tartane e grandi Capitani delle Reale Flotta Borbonica sotto Carlo di Borbone Re di Napoli

La flotta della “Reale Marina Napoletana

Antonio Petrone 17-7-2018     Quando una certa matrice storica tratta l’argomento sulla marineria borbonica, viene subito citato un falso storico, spacciato per un comando contenuto nel Regolamento da impiegare a bordo dei legni e dei bastimenti della Real Marina del Regno delle Due Sicilie del 1841 definito “Facite ammuina” « All’ordine Facite Ammuina: tutti chilli che stanno a prora vann’ a poppa e chilli che stann’ a poppa vann’ a prora: chilli che stann’ a dritta vann’ a sinistra e chilli che stanno a sinistra vann’ a dritta: tutti chilli che stanno abbascio vann’ ncoppa e chilli che stanno ncoppa vann’ bascio passann’ tutti p’o stesso pertuso: chi nun tene nient’ a ffà, s’ aremeni a ‘cca e a ‘ll à”. N.B.: da usare in occasione di visite a bordo delle Alte Autorità del Regno. »

La falsità di questo testo è provata dal fatto che il regolamento della Real Marina del Regno delle Due Sicilie non ha mai annoverato un tale articolo Si tratta quindi di uno dei tanti aneddoti denigratori sulle forze armate borboniche. In realtà, la Real Marina del Regno delle Due Sicilie aveva una antichissima tradizione, tanto da avere dato origine nel 1735 alla Real Accademia di Marina, il più antico istituto del genere in Italia, la quale avrebbe poi a sua volta dato origine all’Accademia Navale di Livorno.

Davvero esigua era la flotta che Carlo di Borbone figlio di Filippo V di Spagna, trovò a Napoli nel 1734, quando vi entrò, assumendo l’anno seguente il titolo di Re delle Due Sicilie (finalmente Napoli dopo ventisette anni di dominazione austriaca, che seguivano a due secoli di soggezione alla Spagna era rielevata a capitale di una monarchia autonoma). Le quattro galere del vice regno austriaco erano infatti riuscite a salpare alla volta di Trieste, men tre il vascello San Leopoldo navigava già in Adriatico. Le navi rimaste erano soltanto quattro vetuste galere e pochi altri legnetti, quasi tutti inservibili, che proprio per tale motivo non avevano neppure tentato di raggiungere l’Austria. Non v’era alcuna ordinanza di marina, non esisteva difesa delle coste, sì che città e popolazioni litoranee e bastimenti mercantili si trovavano indifesi di fronte alle frequenti scorrerie dei barbareschi.

Ma in breve tempo Carlo riuscì ad avviare le basi di una marina: acquistò quel le tre galere ch’erano in costruzione a Civitavecchia e furono, le prime unità efficienti della flotta borbonica; piantò egli stesso, nel 1735, il primo chiodo nella trave che formava la chiglia della nuova galera capitana; e nel medesimo anno istituì I’ Accademia dei guarda stendardi, collegio per la formazione degli ufficiali di marina, e la Scuola dei grumetti (grumete, in spagnolo, vale mozzo) per i futuri piloti. Ci volle però l’atto di forza del commo doro inglese Martin per spronare Carlo a dar vita, e molto celermente, a una forte marina. Nel 1742 William Martin era entrato nel golfo di Napoli con quattro vascelli, una fregata, tre bombardiere per dissuadere il Re dall’intervenire nella guerra scoppiata tra Spagna e Austria, alla quale ultima era alleata la Gran Bretagna. Poiché non riusciva con le buone, il commodoro posò l’orologio sul casseretto della sua nave, l’ Ipswich, fissando in mezz’ora di tempo il limi te per la risposta: o il sovrano sarebbe rimasto neutrale o la squadra britannica avrebbe bombar dato la città. Subito lo smacco, Re Carlo ordinò senza indugio la costruzione non soltanto di navi sottili, come le galere (quattro ne furono impostate a Palermo), ma an che delle fregate San Ferdinando, da 54 cannoni, SS. Concezione e Santa Amalia, da 30 (a Napoli), e due altre, da 30, ne commise alla Spagna, donde fece venire alcuni ufficiali, poiché volle foggiare la sua marina secondo il modello spagnolo, ricalcando le ordinanze ch’erano sta te emanate nel 1701 da Filippo V; e castigliana sino al 1778 fu la lingua nella quale venivano dati i co mandi. Qui conviene precisare che le navi spagnole erano allora, quasi sicuramente, le migliori nel mondo per progetto e costruzione, di certo superiori a quelle inglesi e francesi (mentre eccellevano gli ufficiali e gli equipaggi britannici), e che proprio la Spagna ostacolava il regno delle Due Sicilie nel lo sviluppo della flotta, mentre Io sovveniva con milizie di terra. Di certo maggiore sarebbe stato l’accrescimento dell’armata di Napoli, se il sovrano ch’era tanto portato verso la marina da far segnare quegli alberi che gli parevano adatti per la costruzione di navi non ne fosse stato trattenuto appunto dalla corte di Madrid.

Tuttavia nel 1754 la flotta consisteva: nel vascello San Filippo e in cinque fregate, che formavano la prima squadra, agli ordini del comandante delle forze navali fra Michele Raggio, balì del l’ Ordine di Malta; in quattro galere, seconda squadra, capitanata dal colon nello don Antonio de Zelava; nella squadra degli sciabecchi, comandata dal capitano graduato di fregata Giuseppe Martinez, che ritroveremo fra poco; e in alcune galeotte; la quarta squadra, agli ordini del tenente di nave Giovanbattista d’Afflitto. Carlo creò il corpo degli ufficiali di guerra, quello dei piloti e l’amministra zione della marina; fondò l’arsenale di Napoli e ne costruì il porto militare. Stabilì l’uniforme degli ufficiali, che comprendeva una giubba azzurra sopra il bianco panciotto, pantalone e calzabrache bianchi, cappello a tricorno. A parte la prepotenza del commodoro Martin, il Re delle Due Sicilie aveva ben motivo di possedere una flotta efficiente, anche per ché obiettivo della squadretta di sciabecchi algerini, entrati nel golfo di Napoli il 21 aprile 1738, era la cattura dello stesso Re, mentre egli fosse sulla via del ritorno da una battuta di caccia a Procida. Pervicaci e principali avversari erano dunque i barbareschi – pirati più che corsari – e contro di loro nel 1739 vennero armate tre piccole squadre di galeotte e feluconi. Quella comandata dall’alfiere di galera Antonio Doria attaccò due legni tripolini, il 23 giugno, al largo di Capo Palinuro, e li catturò, conducendoli come preda a Napoli. Altra vittoria fu quella del 13 ago sto 1740, quando le due galeotte di Tommaso Vicuna, tenente di galera, mandarono a fondo presso Punta Stilo due analoghe navi tripoline, catturandone le ciurme. A nulla valsero gli accordi tra la corte borbonica e la Sublime Porta, dalla quale dipendevano le reggenze di Tripoli, Tunisi e Algeri, porti d’armamento dei barbareschi. Difatti, nonostante il trattato di pace tra il Re di Napoli e il Sultano, le scorrerie dei pirati continuavano, sicché i regi legni dovettero quindi proseguire le crociere di vigilanza lungo le rotte costiere, spesso intercettando le navi africane. Tra i comandanti borbonici emerge la figura di Giuseppe Martinez, più noto sotto il nome di guerra Capitan Peppe, che passato dalla Spagna ov’era nato nel 1702, al servizio di Carlo quale alfiere, si distinse dapprima nel comando della galera San Francesco, poi della squadra delle galeotte e dal 1750, degli sciabecchi. Capitan Peppe non si limitò a difendere le coste nazionali, ma si spinse nelle acque dei barbareschi, catturando una galeotta (1747) e uno sciabecco (1750), tutt’e due tunisini. Nell’aprile del ’52,nel Mar Jonio, egli impegnò i suoi quattro sciabecchi contro una grande unità bey di Algeri, forte di sedici cannoni e più di 200 uomini d’equipaggio. La battaglia durò tre giorni e si concluse con l’affondamento del Gran Leone e la morte di centonove algerini, mentre lo stesso reis e gli altri mori vennero catturati. Tra il 1753 e il ’57 il Martinez prese non meno di quattro pinchi e una galeotta, rinsaldando una fama d’invincibilità che lo fece divenire leggendario, sì che la bandiera napoletana era temuta dai barbareschi.

Don Giuseppe Martines e i Corsari Barbareschi

             Carlo di Borbone Re di Napoli

Se la fiorente Marna Borbonica Carlista ebbe molta fama annoverando grandi Capitani, il merito senza ombra alcuna va attribuito in parte allo spirito di sagacia e non arrendevolezza, che seppero  infondere  figure leggendarie come  il Capitano MartinezCapitan Peppe” e il cittadino di origine Sicula passata poi alla storia con il titolo di “Marchese della vittoriaJuan Jose Navarro y Bufalo, dii cui parleremo in futuro). Ritorniamo però alla grande fama di Capitan Peppe. Della sua vita non si sa molto se non che è nacque nel 1702 da Anton Martinez e da Ana Hernandez. Quinto di sei figli per esattezza (terzo maschio dei quattro citati nella genealogia familiare paterna)appartenente al ramo cadetto fu avviato alla carriera militare. Si sa con certezza, che questo avvio fu senza dubbio voluto dallo stesso Filippo V di Spagna per la profonda lealtà dimostrata dalla sua famiglia al trono spagnolo e alla famiglia Borbone con la partecipazione alle guerre, che coinvolsero il paese iberico sminuendone in alcuni frangenti il suo ampio potere politico. In virtù di questa lealtà nel 1702 con tutta la famiglia lascia Cartagena e passa in Italia. Qui crebbe e qui formò il suo acume politico e militare seguendo le orme di suo padre e suo fratello Juan appoggiò anche lui il partito Borbone e il sogno di un  regno Italiano retto da un Borbone. Il suo destino viene così ad incrociarsi con quello di Carlo di Borbone (figlio di Filippo V di Spagna e la sua seconda moglie Elisabetta Farnese.)che conquistò il Regno di Napoli scacciandone gli Austriaci e divenendone Re ed iniziatore dei Borbone di Napoli. Da qull’anno (1734-guerra di successione polacca)  inizia la fortuna e la fama di Giuseppe Martinez

Genealogia dei Martinez di Cartagena

     Stemma  della famiglia Martinez di Cartagena

Siamo nella seconda metà del 700, le coste del Regno delle Due Sicilie sono saccheggiate dai pirati barbareschi, e la Real Marina Borbonica sta studiando misure di prevenzione contro queste azioni , in ottemperanza ad un dispaccio reale giunto dalla capitale Spagnola secondo il quale ogni anno dovevano andare in costruzione <<cuatro saveques, cuatro galeotos y dos navios>>avevano preso il mare da Napoli per la Sicilia quattro sciabecchi per svolgere la loro missione anti Barbaresca. Erano organizzati in squadriglia, chiamata <<Escuadra de los saveques (sciabecchi: unità veloci con scafo alto e slanciato tre alberi con vele latine, molto manovrabili, armate con un equipaggio tra 180-230 uomini compreso lo stato maggiore. Armamento costituito da circa 20 cannoni. Furono raggruppati in squadriglie  nel 1752)>>;Oltre tale squadriglia  nella  Marina  dell’epoca  ne esistevano altre due, quella <<de los navios>> e quella de <<las galeras>>.  Erano al comando del Capitan  de navio don Giuseppe  Martines, noto ai più come Capitan Peppe e rinomato per il suo coraggio contro i Mori. I quattro legni sotto i suoi ordini avevano tutti nomi di santi come si usava in quei tempi, cioè San Luigi, San Antonio, San Ferdinando, San Gennaro ed erano comandati dallo stesso Capitano Martinez , dai Tenenti di Fregata don G.Battista del Camino, don Carlo Carraba, e dal tenente de Navio don Baldassare Piano. Giunte a Capo Rizzuto il 17 Maggio 1754, le unità dettero fondo per provviste e per ispezione da parte dell’Uff. Commissario  Juan Bernarte, che recatosi a bordo effettuò una scrupolosissima ispezione amministrativa dalla quale risultò essere presente tra ufficiali, guardie marine, sottufficiali e marinai di varia specialità una forza totale di 873 uomini . Terminata ispezione il Bernarte compilò il relativo verbale, che fu controfirmato dai rispettivi comandanti tranne dal Martinez che contestò il commissario il quale fece rapporto al Martinez per una sua determinazione relativa al fatto, che il Martinez, essendo partito da Napoli senza  uno dei quattro cappellani aveva di sua volontà imbarcato a Reggio Calabria sullo sciabecco S. Gennaro un sacerdote, tale Pasquale Lavò, affidandogli la funzione di cappellano di bordo: ma il commissario non aveva riconosciuto tale assunzione valida mancando il Lavò della Regia Patente di Cappellano e di documenti atti ad un suo riconoscimento, documenti necessari per calcolare il suo saldo.

La cattura del Teramo

Espletate queste formalità le navi ripresero il largo giungendo il 19 Maggio a Capo Stilo dove si ancorarono, poco dopo il Martinez raggiunto e informato da un cavallaro del luogo, che dalla Rocchetta si vedevano in lontananza navi barbaresche diede ordine di salpare, e poiché vi era scarsissimo vento, gli equipaggi misero in acqua due lance e a remi  doppiarono Punta Stilo; appena fuori una vedetta, dalla coffa dell’albero di maestra, alle 14:00 del pomeriggio avvistò due navi, che procedevano una dietro l’altra con prora a levante.  A causa della distanza e della nebbia, che si stava alzando non fu possibile distinguere le bandiere, per cui fu alzato il segnale di caccia e così gli sciabecchi napoletani si diedero all’inseguimento. Uno di essi il più veloce il S. Antonio raggiunse la più vicina delle due scoprendo, che batteva bandiera francese. Avvicinatasi a portata di voce seppe dal Comandante, che proveniva dalla Meloria dove aveva imbarcato un carico di sardine salate ed era diretto a Trieste. L’altra nave, che la precedeva era uno Sciabecco Barbaresco, armato di 12 cannoni di ferro su affusto e 100 uomini di equipaggio: il capitano barbaresco il Rais aveva catturato al mattino l’unità francese, le aveva sequestrato alcuni uomini e aveva intimato al comandante di seguirlo, pena la morte degli ostaggi. Appreso questi particolari il Comandante Martinez, trasmise il segnale di combattimento alle altre unità. Lo Sciabecco S.Antonio sempre  più veloce degli altri  si avvicino abbastanza al nemico e  <<a un hora despues de la oracion(circa le otto di sera)>> cominciò a far fuoco con le due carronade di prua cercando di fermarlo. Si continuò tutta la notte a far fuoco da una parte e dall’altra e, al primo chiarore del  giorno 20, lo Sciabecco Barbaresco fu raggiunto anche dalla seconda unità napoletana il S.Luigi. Seguì una vera e propria gara a chi meglio sapesse manovrare alla vela eseguendo evoluzioni a distanza cosi ravvicinata, che potevano udirsi le imprecazioni reciproche degli equipaggi e le ingiurie all’indirizzo del Capitano Martinez al quale sovente venivano rivolte queste imprecazioni annotate poi nel rapporto di battaglia dallo stesso:  “palabrs injuriosas, namandome Capitan Pepo, napolitano, manja maccaron”.. Furoo tentati vari abbordaggi, scambiate scariche di fucileria e finalmente una bordata del S.Luigi spezzò l’albero di maestra dell’avversario danneggiando l’unità barbaresca  irreparabilmente. Rimasero uccisi 8  marinai mentre molti altri furono feriti, per cui allo sciabecco barbaresco non restò, che arrendersi, dopo di che preso a traino per condurlo all’arsenale di Messina. Da parte Napoletana nessun grave danno alle unità, tra gli uomini solo 5 feriti di cui due gravi(un siciliano, certo Bernardo Evangelista, e uno spagnolo tale Juan Rubiano)e un morto. Questi purtroppo fu proprio un giovane Napoletano don Domenico Ciappe, << guardiamarina>>, colpito mentre nella Santabarbara era intento a distribuire  la polvere da sparo agli artiglieri, fu colpito alla fronte da una palla che aveva trapassato la murata della nave. Risultò che la nave catturata era algerina aveva nome El Teramo era comandata dal Rais Muharnaut di Candia. L’equipaggio era di 108 uomini dei quali  10 morti in combattimento 12 rimasti feriti: tra questi vi era un rinnegato spagnolo di Cadice. Vi erano poi due spagnoli cristiani, che erano a bordo prigionieri poi liberati.

   Giuseppe Martinez “Capitan Peppe” comandante della flotta degli Sciabecchi

Il bilancio finale della vittoria

Il Re Carlo di Borbone in persona si congratulò del grandioso successo, della maestria dei comandanti delle rispettive unità navali impegnate nello scontro, del valore dei marinai alle prese con vele e velacci e del valore degli Ufficiali  di Coperta tra i quali si erano distinti particolarmente il tenente di fregata don Domenico Martines (figlio del Comandante di squadra) e gli alfieri di galera don joseph Lavega e don Carlo Pucita. Si rammaricava, però dell’immatura fine dello sfortunato don Domingo Ciappe, “Guardiamarina” che come attestò il Capitano Generale della Marina don Miguel Reggio, risultò essere << el primero Guardia Marina que hà muerto en el svicio en funcion de combate>>.

“Qui mi fermo per rendere noto a tutti quelli che mi auguro leggeranno questo mio studio(soprattutto i giovani in generale e in particolare, coloro, che sceglieranno di servire la Marina Italiana “ pregna dell’ardore di quella Napoletana”)su chi fu don Domingo Ciappe su perché ancora oggi nella storiografia della Marina (quella non alterata e ignorata)e definito come il primo Guardiamarina caduto in battaglia.  Preciso, che la sorte si accanì non poco contro la sua famiglia e contro di lui; pur di entrare in Marina, egli aveva inoltrato una supplica chiedendo al Re una particolare dispensa per la sua età e era stato esaudito. Come risulta dagli scritti e dalle memorie d’archivio, nella lettera-supplica al Re  faceva presente come  suo fratello era morto da “guardiamarina“ servendo il Re l’anno precedente e  che suo padre don Francesco era recentemente scomparso. Il  Comandante Generale dell’Armata di Mare, dietro supplica della madre (dopo la morte del giovane  Domingo, unico erede maschio)donna  Felicia Hernandez, si adoperò perché fosse concessa alla famiglia una pensione: a tale scopo invio una lettera al Sovrano per raccomandargli << mas comiseracion por las anteriores perdidas que ha sufrido y por ser el  “primero Guardiamarina que ha muerto en el servicio en funcion de combate”>> E il Re <<compasionato el miserable estado y abandono>> in cui si trovava la madre e sua figlia nubile per aver perso in breve tempo non solo il marito ma entrambi i figli, uno per malattia di petto contratta in servizio e l’altro in battaglia, decretò dalla Reggia di Portici in data 19-6-1754 quanto segue:

El Rey se ha dignato piadosamente conceder la suplicante ed subidio mensuale l mismo sueldo o prest de siete ducados al mes que ganar ed difunto Guardia Marina Don Domingo Ciappe su hifo; con declaracion de que deha la suplicante desfrutar este alivio y su hifa doncela dnna Ines su vida durante la una despues de la otra.

Trad:. Il Re si è degnato misericordiosamente di concedere alla supplicante un sussidio mensile equivalente alla paga che quadagnava il defunto Guardiamarina don Domenico Ciappe suo figlio, e cioè sette Ducati al mese; dichiarando che la supplicante debba godere di un tale aiuto insieme a sua figlia, la donzella donna Ines, per tutta la loro vita, una dopo l’altra.

I materiali rinvenuti sul Teramo

Lo sciabecco algerino catturato fu  scortato al lazzaretto di Messina perché fosse posto in quarantena e fu affidato con tutto l’equipaggio prigioniero al governatore della Piazza di Messina, il tenente generale don Joseph de Grimau. Secondo quanto prescrivevano le Ordinanze della Marina, sulla nave nemica furono inviati subito un commissario e uno scrivano i quali per evitare furti o smarrimenti, compilarono l’inventario di quanto trovato a bordo. Su tale inventario eseguito dallo stesso Uff. Commissario, che qualche tempo prima aveva ispezionato gli sciabecchi napoletani di Martinez nacque nuovamente una controversia con lo stesso: essa riguardò gli algerini che erano stati feriti in combattimento perché,  in conformità a quanto era solito farsi in caso di cattura o di preda da parte delle navi di S.M. Borbonica, i catturati feriti avrebbero dovuto essere ricoverati nel locale ospedale. Ma poiché ciascuna degenza costava alla Reale Azienda (erario di oggi)18 grana, il comandante Martinez si era offerto di fornire assistenza sanitaria a mezzo dell’esperto medico, che aveva a bordo, un tale Massimiliano del Bono, << dicendo que se contantaria por 14 granas por calda estancia>> Anche in questo caso le intenzioni del Martinez furono oggetto di lamentele da parte del Commissario, che a causa della leggendaria fama acquistata nella lotta contro i pirati Barbareschi e sicuro dell’impunità reale di cui godeva, pensava di poter infrangere tutte le regole dell’amministrazione; l’incidente fu segnalato dal Commissario sia al Comandante Generale della Piazza di Messina che al Marchese Fogliani d’Aragona, segretario del Dispaccio, della guerra, e della Marina, i quali respinsero la proposta del Martinez.

“Mia postilla: In realtà  io credo, che la proposta del Martinez fu denunciata agli organi superiori dell’Ammiragliato e poi rifiutata  un po’ per invidia, rivalità ma anche perché forse” il Martinez aveva intenzione di stroncare degli illeciti compensi a danno dei prigionieri.”

      Armamento completo e relative paghe del personale di uno sciabecco da 20 cannoni     -Archivio Storico di Napoli- Min. Aff. Esteri fascio 1129

I difficili rapporti del Martinez con gli organi superiori della Marina Napoletana e con gli altri Comandati

Certamente non erano facili i rapporti e non lo furono mai con il  Commissario di bordo don Bernarte perché dopo alcuni giorni vi fu un altro incidente tra i due. Il Martines, recatosi alla fine di maggio a Lipari con i suoi sciabecchi, salutò il Governatore dell’isola con nove tiri di cannone; ma il Commissario non autorizzò il consumo della polvere da sparo perché al governatore, il cui grado non era equivalente a quello di Ufficiale Generale, non spettavano, secondo le Ordinanze della Marina, salve di saluto. Ne seguì una disputa, tanto che se ne arrivò a interessare anche il Re (Carlo III di Borbone) e questi su consiglio del Capitano Generale della Marina, che pur riconoscendo valide le ragioni del Commissario, autorizzo il rimborso della spesa per il consumo della polvere << por esta sola ves>>, ma fu precisato, che in futuro in casi simili il Comandante Martines <<pagherà de su borsillo ed importe de la polvere consumida>>.  Forse proprio a causa della fama acquisita in battaglia fu spesso al centro di vivaci polemiche e si attirò senza dubbio l’invidia e la gelosia degli altri ufficiali, che tentarono di danneggiarne più volte la fama e la carriera. Ad esempio , tale Nicola Capobianco invio al Comandante Generale della Marina,  don Miguel Reggio, un esposto dove accusava il Martinez di aver imbarcato sulla propria nave un giovane chiamato Antonio, facendolo dormire la notte nella sua camera con scandalo dell’equipaggio. E ancora di aver tentato in tutti i modi di sedurre un giovane marinaio di bordo, tale Claudio Castigliano, figlio di Giuseppe, pilota dello sciabecco S.Luigi, << ragazzo bello e spiritoso>>. Una terza accusa, infine fu di aver fatto analoghe avances al giovanissimo fratello del chirurgo dello sciabecco don Michele Mola. Altra denunzia fu fatta, perché, quando la squadriglia degli sciabecchi era a Messina, il Comandante Martinez aveva mandato in licenza a Lipari per le feste di Pasqua tutti i marinai liparesi non già per bontà d’animo, si diceva, ma per ricevere da essi al ritorno << lu tributu di fassoli, fichi secchi e marvasia>> e ciò facendo aveva pregiudicato l’approntamento della squadriglia. Venne inoltre incolpato di aver trafficato  e commerciato innanzi a Sciacca con una polacca francese, scambiando viveri e materiali; poiché la polacca francese veniva dai paesi del Levante e doveva ancora essere sottoposta a quarantena, c’era il gravissimo rischio di introdurre nelle Due Sicilie le malattie contagiosi frequenti in quelle nazioni. Nonostante tutte queste accuse nei documenti consultati, ne nei processi  dell’epoca, risulta che vi siano state indagini conseguenti alle suddette denunzie mosse contro il Martinez; ne tantomeno ne risentì la sua carriera, tanto che alla fine del 1769, quando aveva 67 anni d’età, lo si ritrova ancora in comando della squadriglia degli sciabecchi con il grado di Capitano di vascello.

Bibl… Rivista Marittima Marzo 1995, Archivio di Stato di Napoli  Espedienti di Marina – Fascio 102 foglio 6, Fascio  104 foglio 187, Fascio 103 Foglio 148/155, Fascio 104 Foglio 101- Fascio 102 Foglio 341, Fascio 104 Fogli 173 e 207