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Ricordare la Shoa non di un solo popolo , ma di tanti.

Immagine dei deportati di Aushiwitz

Oggi 27  Gennaio  nel ricordo della Schoa , ho tardato a scrivere il mio significato-ricordo di questa orrenda sciagura, che travolse e attraversò il popolo Ebraico.. Tuttavia , esistono molte Schoa nella storia del genere umano. Ma si tende a ricordare con molta memoria questa. Non chiamatimi “revisionista o peggio  nemico del popolo Ebraico. Tuttavia se lo sterminio  fu una soluzione scientifica elaborata da una ristretta  Oligarchia di poteri  economici-militari-culturali guidata da una pletora di affaristi , di certo non stermino solo il popolo Ebraico, ma anche categorie delle società di altri popoli.

L’11 dicembre 1946, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite riconobbe il crimine di genocidio con la risoluzione 96 come “Una negazione del diritto alla vita di gruppi umani, gruppi razziali, religiosi, politici o altri, che siano stati distrutti in tutto o in parte”.

Il 9 dicembre 1948 fu adottata, con la risoluzione 260 A (III), la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio che, all’articolo II, definisce:

«Per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale:

uccisione di membri del gruppo;

lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;

il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;

misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;

trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.»

La definizione ufficiale ha indotto gli storici a studiare i crimini precedenti e successivi per identificarne la natura genocidiaria. Le analisi hanno portato a numerose proposte di modifica.

Pieter N. Drost (The crime of state), professore olandese di diritto, esperto di storiografia coloniale, considera genocidio “La distruzione fisica intenzionale degli esseri umani in ragione della loro appartenenza ad una qualunque collettività umana”.

Irving Louis Horowitz (Taking lives. Genocide and state power) sottolinea il ruolo chiave della burocrazia e propone “La distruzione strutturale e sistematica di persone innocenti”.

Helen Fein (Accounting for genocide) segue un approccio sociologico e suggerisce una classificazione del tipo di genocidio: genocidio di sviluppo se le vittime ostacolano un progetto economico; genocidio dispotico se le vittime sono oppositori reali o potenziali; genocidio ideologico se le vittime sono presentate come un nemico diabolico. La definizione proposta è “Un omicidio calcolato perpetrato su una parte o sulla totalità di un gruppo da un governo, un’élite, un gruppo o una massa rappresentativa”.

Gérard Prunier, professore e ricercatore all’Università di Parigi, sottolinea che il genocidio, a differenza della “pulizia etnica”, ha come obiettivo la distruzione del gruppo vittima per intero: propone “Tentativo coordinato di distruggere un gruppo predefinito razziale, religioso o politico nella sua totalità”.

Frank Chalk e Kurt Jonassohn ritengono il genocidio “Una forma di massacro di massa unilaterale con cui uno stato o un’altra autorità ha intenzione di distruggere un gruppo, gruppo che è definito, così come i suoi membri, dall’aggressore“.

Un esempio di aggiornamento concreto è presente nel Codice penale francese del 1994 che, in merito al crimine di genocidio (articolo 211-1), include anche “gruppi determinati in base a qualsiasi criterio arbitrario”.

Nell’ambito del dibattito, sono stati valutati altri termini, con significato più o meno ampio, come etnocidio (distruzione della cultura più che eliminazione fisica delle persone) o politicidio. Rudolph Joseph Rummel ha coniato il termine democidio, di accezione ampia, per indicare “l’omicidio seriale, sistematico e concentrato di una larga porzione della propria popolazione da parte di un governo”, che esclude gli atti di guerra verso l’esterno e l’uccisione di soggetti combattenti.

La maggior parte degli storici, anche a causa della sua valenza giuridica, tende a non estendere l’uso del termine genocidio ma a cercarne una definizione corretta.

Nella cultura popolare, il termine è spesso usato in modo più esteso rispetto alla sua definizione giuridica o in modo improprio, per sottolineare la gravità di alcuni atti di sterminio oppure il numero elevato delle vittime. Tale uso, di solito, non tiene conto dell’intenzione dell’aggressore.

Identificare il genocidio

Alcuni autori ritengono genocidio un sinonimo di pulizia etnica e di etnocidio, mentre secondo altri si tratta di un fenomeno diverso, almeno per gradazione. Secondo Gérard Prunier, la pulizia etnica è lo sterminio di massa di una parte della popolazione per allontanare i sopravvissuti ed occupare il territorio, mentre nel genocidio “vero” non esistono vie di fuga: anche i gruppi religiosi e politici non possono salvarsi attraverso la conversione o la sottomissione. Un fattore considerato importante è l’intenzione genocida, il desiderio di distruggere la popolazione vittima in quanto tale (spesso assieme alla sua memoria culturale) e non solo quello di assicurarsi il controllo di territori o risorse economiche eliminando gli oppositori reali o potenziali. Nel genocidio, il massacro è un fine e non un mezzo. È facile constatare tale intenzione se è esplicita e sistematica e accompagnata da prove documentarie prodotte dall’aggressore, mentre è difficile se è implicita e tendenziale.

«Il genocidio va oltre la guerra perché l’intenzione dura per sempre, anche se non è coronato dal successo. È un’intenzione finale

Molti distinguono fra un “crimine motivato” politico e un “crimine immotivato” razziale, quindi fra vittime uccise “per quello che fanno” e “per quello che sono”. Tale distinzione tende però a scomparire nella logica genocidiaria, in cui il nemico viene demonizzato e comunque aggredito per quello che è[6]. Il gruppo vittima è identificabile a priori e con certezza su base razziale, ma non su base politica, sociale o economica, in quanto gli stessi criteri di identificazione variano nel corso degli eventi (si consideri ad esempio la difficoltà di definire i Kulaki). Tale difficoltà non riduce l’intenzione dell’aggressore che, una volta identificate le singole vittime “per quello che fanno”, ne decreta l’eliminazione, anche fisica, “per quello che sono”, stigmatizzandole come “altro da sé” su base ideologica (come sottolinea la citazione di Bernard Bruneteau). Importante è dunque la definizione che l’aggressore stesso fa del gruppo vittima, aspetto che sottende alla menzionata definizione di Chalk e Jonasshon. Tale definizione ha il pregio di non escludere a priori nessun gruppo umano. Se il dibattito in rapporto ad avvenimenti remoti assume soprattutto un valore accademico, quando riguarda eventi recenti (per i quali è possibile perseguire i colpevoli) o addirittura contemporanei, si riveste di aspetti molto drammatici fino a condizionare lo stesso evolversi del presunto o reale genocidio. Il genocidio ruandese è stato riconosciuto come tale tardivamente (si trattò in realtà di un ritardo di appena 2 mesi, ma che fu sufficiente all’attuazione del genocidio stesso), a causa dell’indugiare dell’ONU e della diplomazia statunitense, e fu fermato solo dall’intervento di milizie locali quando metà delle vittime predestinate erano già state uccise. Il Conflitto del Darfur, attualmente in corso, è stato definito dal Segretario di stato americano Colin Powell come genocidio nel dicembre del 2004, ma ad oggi non è ancora stato riconosciuto come tale dall’ONU. Nessuna forza di pace è stata dispiegata in Darfur ed alcuni movimenti di cittadini lamentano in tutto il mondo la scarsità di attenzione dedicata al conflitto, sia a livello diplomatico che mediatico.

Genocidio dei nativi americani

Durante la colonizzazione europea delle Americhe i popoli nativi americani, che contavano all’origine circa più di 80 milioni di individui, vennero ridotti del 90%, anche se la maggioranza delle morti sono dovute alle malattie importate dagli europei nel caso soprattutto del Nord America ci furono numerosi casi di eliminazione sistematica. Le varie etnie, genericamente denominate indiani d’America, Pellerossa, Amerindi, Amerindiani, Prime Nazioni, Aborigeni americani, Indios, popolanti il sud e nord del continente, vennero soppiantate quasi ovunque dagli europei, e dai discendenti delle popolazioni forzatamente prelevate dall’Africa tra il 1500 e i primi anni del 1900. Patagonia – negli anni settanta del 1800 il governo argentino, principalmente per mano del generale Julio Argentino Roca, intraprese la cosiddetta conquista del deserto per strappare la Patagonia al controllo delle popolazioni indigene. Che tale campagna possa essere considerata un genocidio, è recentemente materia di dibattito Questi sono solo alcuni drammatici numeri che precedono il ricordo della Schoa Ebraica. Io però vorrei che questo giorno fosse dedicato a tutte le Schoa  di tutte le nazioni e di tutte le minoranze etniche, diverse per cultura religione e costumi. Non può e non deve essere questa giornata patrimonio di un solo popolo. Anche la Roma dei Cesari fu autrice di persecuzioni , deportazioni e stermini di interi popoli e prima ancora gli Assiri, Gli Egiziani. Se ricordo della Shoa deve essere lo sia di tutte le Schoa quelle note e quelle meno note storicamente, come quelle attuali. Quanti morti ancora la striscia di Gaza dovrà subire, quante deportazioni il popolo Palestinese dovrà sopportare per essere a sua volta inserito nel termine Schoa?

Lo sterminio dei Rohingya

E ancora  quando e quante vittime ancora dovrà avere I Rohingya sono stati descritti come “il popolo meno voluto al mondo” e “una delle minoranze più perseguitate al mondo”.[64] Per una legge sulla concessione della cittadinanza del 1982, essi non possono prendere la cittadinanza birmana. Non è consentito ai Rohingya di viaggiare senza un permesso ufficiale, di possedere terreni e, inoltre, sono tenuti a firmare un impegno a non avere più di due figli. Secondo Amnesty International, la popolazione musulmana Rohingya continua a soffrire per violazioni dei diritti umani da parte della dittatura militare birmana dal 1978, di conseguenza molti sono fuggiti nel vicino Bangladesh.

 «La libertà di movimento dei Rohingya è fortemente limitata e alla maggior parte di loro è stata negata la cittadinanza birmana. Essi sono anche sottoposti a varie forme di estorsione e di tassazione arbitraria; confisca delle terre; sfratto e distruzione delle loro abitazioni; e restrizioni finanziarie sui matrimoni. I Rohingya continuano ad essere utilizzati come lavoratori-schiavi sulle strade e nei campi militari, anche se la quantità di lavoro forzato nel nord dello stato Rakhine è diminuita negli ultimi dieci anni.   Nel 1978 oltre 200 000 Rohingya sono fuggiti in Bangladesh, in seguito all’operazione Nagamin (Re Drago) dell’esercito birmano. Ufficialmente questa campagna aveva lo scopo di “controllare ogni individuo vivente nello stato, distinguere i cittadini e gli stranieri in conformità con la legge e intraprendere azioni contro gli stranieri che si sono infiltrati nel paese illegalmente.” Questa campagna militare era mirata direttamente contro i civili e ha portato a omicidi diffusi, stupri e distruzione di moschee e ad ulteriori persecuzioni religiose. Durante il 1991 e il 1992 una nuova ondata, di oltre un quarto di milione di Rohingya, è fuggita in Bangladesh. Hanno riferito che spesso erano costretti a sopportare il lavoro forzato, ma anche esecuzioni sommarie, torture, e stupri. I Rohingya sono stati costretti a lavorare senza paga da parte dell’esercito birmano su progetti infrastrutturali ed economici, spesso in condizioni difficili. Molte altre violazioni dei diritti umani sono state commesse dalle forze di sicurezza riguardo al lavoro forzato di civili Rohingya.»  A partire dal 2005, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati ha insistito per il rimpatrio dei Rohingya dal Bangladesh, ma le accuse di violazioni dei diritti umani nei campi profughi hanno reso ancor più difficile lo sforzo. Nonostante i molti sforzi da parte delle Nazioni Unite, la stragrande maggioranza dei rifugiati Rohingya è rimasta in Bangladesh, non essendo in grado di resistere all’atteggiamento aggressivo del regime al potere in Birmania e per la paura di persecuzioni. Il Bangladesh ha inizialmente accolto i rifugiati dalla Birmania, ma le pressioni interne e le limitate risorse nazionali hanno costretto Dhaka a spingere i Rohingya a lasciare i campi profughi. Ora si trovano ad affrontare gli stessi problemi in Bangladesh, ma qui ricevono più sostegno da parte del governo.  Nel febbraio 2009, molti rifugiati Rohingya sono stati salvati dai marinai di Aceh nello stretto di Malacca, dopo 21 giorni in mare.  Nel corso degli anni, migliaia di Rohingya sono fuggiti in Thailandia. Ci sono circa 111 000 rifugiati ospitati in 9 campi lungo il confine tra Thailandia e Birmania. Ci sono state accuse che sostengono che alcuni gruppi siano stati spediti e trainati in mare aperto dalla Thailandia, e lasciati lì. Nel febbraio 2009 si è riscontrato che l’esercito thailandese ha trainato una barca di 190 profughi Rohingya verso il mare. Un gruppo di rifugiati sono stati salvati nel febbraio 2009 dalle autorità indonesiane e questi hanno raccontato storie strazianti sulla cattura e sulle violenze subite dai militari thailandesi, e poi dell’abbandono in mare aperto. Entro la fine di febbraio ci sono state segnalazioni riguardo ad un gruppo di 5 barche che sono state portate al largo e, di queste, quattro sono affondate in una tempesta. Il primo ministro della Thailandia Abhisit Vejjajiva il 2 febbraio 2009 ha confermato che ci sono stati “alcuni casi” in cui gruppi di Rohingya sono stati spinti verso il mare. Egli ha anche aggiunto che si rammarica per “eventuali perdite” e che sta lavorando per risolvere il problema.  I passaggi per rimpatriare i profughi Rohingya sono iniziati nel 2005. Nel 2009 il governo del Bangladesh ha annunciato che rimpatrierà circa 9 000 Rohingya che vivono nei campi profughi all’interno del paese, dopo un incontro con i diplomatici birmani. Il 16 ottobre 2011, il nuovo governo della Birmania ha accettato di prendere indietro i rifugiati Rohingya. Tuttavia, la violenza, la persecuzione e i disordini nella comunità continuano senza sosta contro la minoranza. Il 29 marzo 2014, il governo birmano ha vietato la parola Rohingya e ha chiesto che la loro registrazione avvenisse sotto il nome di bengalesi e così è stato nel censimento del Paese per tre decenni.  Il 7 maggio 2014, la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione semplice, sollecitando il governo della Birmania a porre fine al calpestamento dei diritti umani e il rispetto dei Rohingya riconosciuti a livello internazionale per tutte le minoranze etniche e religiose in Birmania (A.RIS. 418; 113 ° Congresso). Il governo statunitense ha invitato il governo della Birmania a porre fine alla discriminazione e alla persecuzione.Il 13 settembre 2017 cinque donne premi Nobel hanno inviato un appello affinché cessino le violenze e discriminazioni a questo popolo .  Settembre 2017, il Tribunale Internazionale Permanente dei Popoli ha sentenziato come la crisi in corso dei Rohingya sia da ritenersi inequivocabilmente come genocidio, denunciando l’utilizzo del termine pulizia etnica da parte delle Nazioni Unite come “eufemismo” con “nessuna base nel diritto internazionale”. Il 28 maggio 2012 è avvenuto lo stupro e l’omicidio di una ragazza buddhista e tre ragazzi rohingya sono stati accusati di esserne i responsabili. La già difficile convivenza tra le due diverse etnie ha subito, per questo avvenimento, un duro colpo che ha portato ad una rapida degenerazione del rapporto. Alcuni giorni dopo un gruppo di buddhisti ha assalito a Rakhine un pullman che trasportava pellegrini musulmani provenienti da Rangoon, uccidendo una decina di persone. Il governo birmano è stato costretto a dichiarare lo stato d’emergenza nella provincia di Rakhine l’11 giugno, poiché a quell’episodio di violenza seguirono altri scontri tra buddhisti e rohingya, che hanno portato alla morte di 29 persone. Siccome la situazione era diventata insostenibile e le autorità non avevano preso una posizione forte neppure dopo l’intervento delle Nazioni Unite, che chiedevano di aprire le frontiere del Bangladesh ai profughi, migliaia di rohingya hanno cercato di lasciare la Birmania in barca, attraversando il fiume Naf.  Nell’estate del 2017 la violenza è tornata a divampare nella regione. Dopo attacchi a stazioni di polizia effettuati dall’Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA) l’esercito birmano ha reagito con violenti rastrellamenti che hanno spinto circa centomila Rohingya a cercare rifugio in Bangladesh[84]. Secondo Medici Senza Frontiere, sono stati almeno 6.700 i Rohingya uccisi nel primo mese di repressione dall’esercito del Myanmar nello Stato del Rakhine.  Non si può certo dimenticare la Schoa Ebraica , ma non ci si può dimenticare delle Schoa del passato come di quelle attuali. Per questo, io il 27 Gennaio di ogni anno da quando è stata istituita la giornata della Schoa ricordo tutte le Schoa senza distinzione.