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L’assurdo clamore del PD sconfitto contro il Premier Conte per un nome dimenticato e un file dell’Avv. Carmelo Miceli

Carmelo Miceli Segretario provinciale del PD di Palermo 

Antonio Petrone 8-6-2017  E’ singolare questo accanimento del PD contro un lapsus del neo Presidente Conte riguardante l’uccisione di Piersanti Mattarella (fratello dell’attuale Presidente della Repubblica).E’ poi ancora più assurda la polemica tra il PD del “mentitore seriale Del Rio circa i suoi contatti con clan Calabresi su noti appalti a Reggio Emilia dal 2012 al 2016, e del neo eletto Avv. Carmelo Miceli. Unico eletto di quella zona per effetti di legge elettorale. Il Miceli ha inviato un file della sentenza processuale sul caso Mattarella al Presidente Conte. Peccato che però il Miceli che ha appena 25-26 anni ragioni su una sentenza. Il Miceli purtroppo per età anagrafica non può conoscere la politica Siciliana come si è snodata dal 1946 al 1980 quindi non ha percezione di ciò che era la Sicilia e ciò che è oggi. Perchè tanto clamore per un nome sfuggito e i tanti troppi morti-ammazzati dal cognome non famoso…La smetta quindi di rendersi ridicolo più di quello che già è invece di inviare dei file  studi il fenomeno Mafioso dal punto di vista sociologico e storico….. Potrà anche essere un famoso Avv. lei, ma le manca la conoscenza. Non mi meraviglierebbe affatto se tra tre quattro anni il suo cognome fosse gettato per interessi politici delle varie correnti del PD siciliano in pasto alla Mafia.. Un PD che non ha più nulla di sx ma è solo un accozzaglia raccogliticcia di reciclati DC.. Quello, che accadde nel 1980 potrebbe accadere ancora. LO scontro PCI-DC ha visto soccombere solo le persone oneste e miglori e chi ne giovò fu solo la Mafia .Questo inutile scontro tra governo e PD rischia di aprire una nuova stagione di delitti politici di cui gioverà sempre e solo Cosa Nostra. Non bisogna andare lontano, ma di certo c’è una verità nell’intervista che un paio di anni fa l’ex Ministro Martelli rilasciò al fatto quotidiano circa le accuse(indagini) che un certo Magistrato di valore come Pio La Torre(la Mafia la combatteva processualmente e culturalmente)ebbe modo a dichiarare nella commissione governtiva di minoranza nel lontano 1975-76. In quelle pagine Pio La Torre defini catalizzatore di voti Mafiosi la DC indicando il lento penetrare prima nel fenomeno del “Separatismo Siciliano” e poi nella DC dei vari Monteleone, Liggio ecc ecc….In quella relazione a detta di Martelli si indicavano nomi come Bernardo Mattarella.Lo stesso ex Ministro affermava che i Mattarella erano stati equilibristi tra le due anime della DC Siciiana quella dei Liggio, Salvo Lima ecc ecc e quella del Piersanti Matarella, ossia la corrente Morotea. Con l’uccisione di Moro(adibita alle BR ma voluta da vertici della DC e dello Stato)il Mattarella si ritrovo solo contro la Mafia politica vincente. Saltato quest’equilibrio anche il Piersanti Mattarella ne fu vittima. Le allussioni e le dichiarazioni  la stessa descrizione del fenomeno Mafioso fatta da Pio La torre in quella commissione  di minoranza nel 75 avevano incominciato a delineare la gerarchia Mafiosa siciliana. Gerarchia di cui evava fatto parte Bernardo Mattarella. Forse La Torre fu ingannato dalle indagini, oppure dal movente  di indagine. Ma la storia  racconta che Bernardo Mattarella  fu coinvolto in uno scontro giudiziario senza confini con il sociologo Danilo Dolci, che senza mezze parole gli diede del  “Mafioso” Quell’accusa detta così da una persona come il Dolci aveva forse qualche cosa di vero? Fatto sta che in quel lontano 1979 poco dopo l’omicidio di Peppino Impastato, conduttore radiofonico candidato sindaco a Cinisi per Democrazia Proletaria, avvenuto per ordine di Tano Badalamenti, Mattarella si recò nella città per la campagna elettorale comunale pronunciando un durissimo discorso contro Cosa Nostra che stupì gli stessi sostenitori di Impastato. Rappresentò una chiara scelta di campo il suo atteggiamento alla Conferenza regionale dell’agricoltura, tenuta a Villa Igiea la prima settimana di febbraio del 1979.  Il deputato Pio La Torre, presente in quanto responsabile nazionale dell’ufficio agrario del Partito Comunista Italiano (sarebbe divenuto dopo qualche mese segretario regionale dello stesso partito) attaccò, con furore, l’Assessorato dell’agricoltura, denunciandolo come centro della corruzione regionale, e additando lo stesso assessore come colluso alla delinquenza regionale. Mentre tutti attendevano che il presidente della Regione difendesse vigorosamente il proprio assessore, Giuseppe Aleppo, Mattarella riconobbe pienamente la necessità di correttezza e legalità nella gestione dei contributi agricoli regionali. Un solo periodico, sfidando il clima imposto, pubblicò il resoconto sottolineando come fosse generale lo sconcerto e come fosse comune la percezione che si apriva, quel giorno a Palermo, un confronto che non avrebbe potuto non conoscere eventi drammatici. Un senatore comunista e il presidente democristiano della regione si erano, di fatto, esposti alle pesanti reazioni della mafia. Il mese successivo comunque Mattarella confermò Aleppo alla guida dell’assessorato.  La domenica del 6 gennaio 1980, in Via della Libertà a Palermo, non appena entrato in una Fiat 132 insieme con la moglie, i due figli e la suocera per andare a messa, si avvicinò un killer al finestrino e lo freddò a colpi di pistola.  Inizialmente fu considerato un attentato terroristico, poiché subito dopo il delitto arrivarono rivendicazioni da parte di un sedicente gruppo neo-fascista. Pur nel disorientamento del momento, il delitto apparve anomalo per le sue modalità, portando il giorno stesso lo scrittore Leonardo Sciascia ad alludere a “confortevoli ipotesi” che avrebbero potuto ricondurre l’omicidio alla mafia siciliana. Le indagini giudiziarie procedettero con difficoltà e lentezza, anche se una chiara linea interpretativa del delitto si rileva negli atti giudiziari che portarono la Procura di Palermo a quella corposa requisitoria sui “delitti politici” siciliani (le uccisioni di Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia Cristiana, dello stesso Mattarella, di Pio La Torre e del suo autista Rosario Di Salvo) che, depositata il 9 marzo 1991, costituì l’ultimo atto investigativo di Giovanni Falcone. Questi, che la sottoscrisse nella qualità di procuratore aggiunto, puntava fermamente sulla colpevolezza dei terroristi di estrema destra Giuseppe Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, membri dei NAR, quali esecutori materiali del delitto, in un contesto di cooperazione tra movimenti eversivi e Cosa Nostra. Nell’ipotesi accusatoria di Falcone e della Procura della Repubblica il Fioravanti, di cui risultava accertata la presenza a Palermo nei giorni del delitto, avrebbe goduto dell’appoggio di esponenti dell’estrema destra palermitana quali Francesco Mangiameli, dirigente siciliano di Terza posizione poi ucciso dallo stesso Fioravanti il 9 settembre del 1980, e Gabriele De Francisci, militante del FUAN, che avrebbe messo a disposizione un appartamento nei pressi dell’abitazione della vittima.  Solo dopo la morte di Falcone nella strage di Capaci, l’uccisione di Mattarella venne indicata esclusivamente come delitto di mafia dai collaboratori di giustizia Tommaso Buscetta e Gaspare Mutolo. Nel 1993 Buscetta, in particolare, dichiarò in un nuovo interrogatorio che «Stefano Bontate e i suoi alleati non erano favorevoli all’uccisione di Mattarella, ma non potevano dire a Salvatore Riina (o alla maggioranza che Riina era riuscito a formare) che non si doveva ammazzarlo In ogni caso fu certamente un omicidio voluto dalla “Commissione“». Ad ordinare la sua uccisione fu Cosa Nostra perché Mattarella voleva portare avanti un’opera di modernizzazione dell’amministrazione regionale e per questo aveva iniziato a contrastare l’ex sindaco Vito Ciancimino per un suo rientro nel partito con incarichi direttivi; Ciancimino infatti era il referente politico dei Corleonesi. Per queste ragioni, alla fine del 1979 Mattarella aveva deciso di chiedere al segretario nazionale del partito, Benigno Zaccagnini, il commissariamento del Comitato Provinciale di Palermo della Democrazia Cristiana, perché aveva visto «ritornare con forte influenza Ciancimino», il quale aveva siglato un patto di collaborazione con la corrente andreottiana, in particolare con l’onorevole Salvo Lima.  Francesco Cossiga ha sostenuto che la mafia volle la morte di Piersanti Mattarella perché questi non era disponibile a concederle contropartite per quell’appoggio elettorale che essa aveva concesso alla DC proprio su richiesta del padre della vittima, Bernardo. Questi infatti, grazie alla moglie “appartenente a famiglia non mafiosa ma rispettata dalla mafia” aveva potuto avvicinare Cosa Nostra nel trapanese e dissuaderla dal votare per le sinistre..  L’agente segreto francese Pierre de Villemarest, appaiandosi alle ricordate impressioni di Sciascia, ha suggerito che mafia e P2, quest’ultima presumibilmente tramite l’eversione di destra, abbiano collaborato sin dal 1970 per sorvegliare e poi uccidere Mattarella per conto del Kgb, in quanto il politico siciliano sosteneva il compromesso storico per snaturare il Pci e sottrarlo all’influenza sovietica. Nel 1995 vennero condannati all’ergastolo i mandanti dell’omicidio Mattarella: i boss mafiosi Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Nenè Geraci. Durante il processo, la moglie di Mattarella, testimone oculare, dichiarò inoltre di riconoscere l’esecutore materiale dell’omicidio nella persona di Giuseppe Valerio Fioravanti, che tuttavia sarà assolto per questo crimine poiché la testimonianza della signora Mattarella e le altre testimonianze contro di lui (quella del fratello Cristiano Fioravanti e del criminale comune pluriomicida Angelo Izzo  non furono ritenute abbastanza attendibili. Gli esecutori materiali non sono mai stati individuati con certezza, anche se il pentito Francesco Marino Mannoia sostenne che ad uccidere Mattarella furono Salvatore Federico, Francesco Davì, Santo Inzerillo ed Antonino Rotolo.  Secondo il collaboratore di giustizia Francesco Marino Mannoia, oggetto di diverse valutazioni nel corso del processo Andreotti perché ritenuto in primo grado non attendibile ma in secondo grado – confermato dalla Cassazione– attendibile[29], Giulio Andreotti era consapevole dell’insofferenza di Cosa Nostra per la condotta di Mattarella, ma non avvertì né l’interessato né la magistratura  pur avendo partecipato ad almeno due incontri con capi mafiosi aventi ad oggetto proprio le azioni politiche di Piersanti Mattarella. Mannoia dichiarò :

« Attraverso Lima del nuovo atteggiamento di Mattarella fu informato anche Giulio Andreotti, che scese a Palermo e si incontrò con Bontate Stefano, i cugini Salvo, Lima, Nicoletti, Fiore Gaetano e altri. Ho appreso di questo incontro dallo stesso Bontate Stefano, il quale me ne parlò poco tempo dopo, in periodo tra la primavera e l’estate 1979… Egli mi disse solo che tutti quanti si erano lamentati con Andreotti del comportamento di Mattarella, e aggiunse poi: “Staremo a vedere”. Alcuni mesi dopo fu deciso l’omicidio Mattarella »  In seguito, al termine di un lungo iter giudiziario terminato nel 2004, venne emessa una sentenza per cui all’epoca (più precisamente fino alla primavera del 1980) Giulio Andreotti aveva rapporti stabili con la mafia. L’omicidio Mattarella è in effetti un punto critico del processo Andreotti. I due presunti incontri tra il Presidente democristiano e Bontate sarebbero avvenuti solo per i problemi creati alla mafia dal segretario della DC siciliana. Di quello summenzionato Mannoia ha dato una testimonianza di seconda mano ma ha indicato la data, mentre di uno successivo al delitto, in cui si sarebbe consumata la rottura tra Andreotti e la Cupola, Mannoia sarebbe stato testimone oculare ma non sapeva dare indicazione temporale. Per questo la difesa di Andreotti poté per il primo incontro dimostrare che il suo assistito era altrove e per il secondo no. Il primo grado di giudizio ritenne insufficiente la testimonianza di Mannoia e decisiva la smentita della difesa, onde dedurre che nessuno dei due incontri fosse mai accaduto. Il secondo grado capovolse la sentenza ritenendo Mannoia credibile e affermando che egli aveva solo ricordato una data sbagliata, per cui considero’ i due meeting realmente avvenuti. La Cassazione confermo’ questa sentenza non avendo essa difetti formali da correggere. Nella sentenza della Corte di Assise del 12 aprile 1995 n. 9/95, che ha giudicato gli imputati per l’assassinio di Piersanti Mattarella, è scritto che «l’istruttoria e il dibattimento hanno dimostrato che l’azione di Piersanti Mattarella voleva bloccare proprio quel perverso circuito (tra mafia e pubblica amministrazione) incidendo così pesantemente proprio su questi illeciti interessi» e si aggiunge che da anni aveva «caratterizzato in modo non equivoco la sua azione per una Sicilia con le carte in regola»