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LA MIA GIORNATA DELLA MEMORIA. GLI EBREI A SALERNO

Salerno 27-1-2019  di Nicola Vernieri   ( in foto via Masuccio Salernitano, alias ‘u Viche ‘i Casecavalle, alias via de la Giudeca, alias u’ viche ri’ Chianche, alias Ruga Nova) Gli ebrei a Salerno, per secoli, hanno avuto un ruolo rilevante, tanto da avere un quartiere loro riservato la “Giudeca“, toponimi rimasti, Santa Lucia de Giudaica, etc. La più antica testimonianza di una presenza ebraica in Salerno sembra attestata da una lucerna del IV° secolo d.C. decorata con un candelabro a 7 bracci, rinvenuta nella necropoli scoperta durante la costruzione del Tribunale negli anni ’30 del ‘900. Le prime documentazioni relative ad un insediamento ebraico rilevante sono però del X secolo. Il quartiere ebraico, o giudeca, sorgeva, come si diceva in età longobarda e medievale, “inter muro et muricino”, ovvero tra il muro della città e l’antemurale vicino e lungo riva del mare. Molti suoli di questa zona appartenevano alla chiesa di Santa Maria de Domno, e ci sono diversi atti che attestano la presa in fitto, da parte di ebrei, di terreni e case della stessa abbazia. Anche la leggenda della fondazione delle Scuola Medica Salernitana da parte di 4 saggi, ne vedeva uno che era l’ebreo Helinus, tramandato nel primo nome della porta che sorgeva alla fine della via Mercanti, la “Porta di Elino“, e per la cui sostituzione si creò in seguito la Porta Nova. Ciò fa pensare al notevole sviluppo della comunità tra la fine del X secolo e gli inizi dell’XI. Nella Giudeca, inoltre, sarebbe sorta una chiesa dedicata a Santa Maria de mare detta de Judaica poi dedicata dal XVI° secolo a Santa Lucia, la quale continua a conservare nel titolo il “de Judaica“. Le industrie e le imprese degli ebrei salernitani erano molto redditizie e suscitarono l’interesse dell’arcivescovo Alfano II, il quale nel 1090 chiese al normanno Duca Ruggiero, figlio ed erede di Roberto il Guiscardo, che gli fosse donata la tassa sulle loro attività, richiesta che fu accolta. La concessione fu confermata a più riprese, nel 1121 dal duca Guglielmo ed, in epoca sveva, nel 1221 dall’imperatore Federico II. Le attività, o come si diceva in quell’epoca le arti, a cui gli ebrei più si dedicavano erano la tintura e la tessitura delle stoffe, ma tra le loro attività doveva esserci ma anche il commercio via mare. Infatti essi dovevano pagare all’arcivescovo di Salerno anche il portaticum ed il portulaticum, ovvero il dazio da pagare per trasporti marittimi di merci. Durante il XII° secolo Beniamino da Tudela, un rabbino di origine spagnola che scrisse un famoso trattato di geografia e viaggi, nel suo Sefer Massa‘ot, 1165, scrive: …si giunge, per mare, alla città di Salerno, dove i figli di Edom (ossia i cristiani) hanno una scuola di medicina. Vi dimorano circa seicento ebrei: tra i dotti vi sono R. Giuda, figlio di R. Isacco figlio di R. Melkisedeq, il grande rabbi, originario di Siponto, R. Salomone ha-Cohen, R. Elia il Greco, R. Abramo da Narbona e R. Hamon. La città è cinta di mura dalla parte della terraferma, mentre l’altro lato sorge sulla riva del mare; assai possente è il castello posto sulla sommità della collina…, attestando così, all’epoca, la più cospicua comunità ebraica del Mezzogiorno d’Italia .Tra gli ebrei salernitani non mancavano i medici e un Iuda medicus è attestato già nel 1004. A cavallo del periodo svevo e di quello angioino, Salerno ospitò un illustre intellettuale della cultura ebraica, Mosè ben Shelomoh, che ebbe l’onore di essere nominato dai suoi contemporanei come il “Terzo Mosè“, dopo il Mosè biblico e Mosè Maimonide. Mosè ben Shelomoh, che visse a Salerno, svolgendo le attività di medico e traduttore, tra il 1250 e il 1279, anno in cui morì, scrisse, tra l’altro, un Commento alla Guida dei perplessi di Maimonide, un Glossario ebraico-italiano dei vocaboli filosofico-tecnici presenti nella Guida e due piccoli trattati chiamati Argomento della fede e Obiezioni, nei quali controbatte il dogma cristiano della Trinità e dell’Incarnazione sulla base dei presupposti logico-metafisici presenti nella Guida di Maimonide. Una lapide sepolcrale in ebraico dedicata a un Mosè b. Shelomoh deceduto nel 1279, rinvenuta nel 1963 nei pressi della chiesa di Santa Lucia, è concordemente riferita al nostro Mosè. Due manoscritti dei secolo XIII documentano ulteriormente l’importanza culturale della Salerno ebraica di quel periodo. Il primo, a opera di Isaia b. Mosè, contiene i libri IV-V-VI della Mishneh Torah di Mosè Maimonide, fu copiato nel 1266 ed è il più antico manoscritto ebraico copiato in Italia, datato e di cui sia nota la località di realizzazione. Il secondo, vergato dalla mano di Abraham b. Uziel da S., fu completato nel 1289 per il suo maestro e collega Menachem b. Menachem. Esso contiene il commento di Rashi al Pentateuco e le Meghillot. Con questa data comincia il periodo più buio della storia dell’ebraismo nell’Italia meridionale. Gli Angioini infatti, subentrati agli Svevi nel dominio del Mezzogiorno,1266, lavorarono per costringere i loro sudditi ebrei alla fede cattolica. Alternando violenze e detassazioni, gli angioini minarono l’unità della comunità ebraica, che si sgretolò. Coloro che si convertirono al cattolicesimo vennero definiti neofiti, detti anche cristiani novelli. A Salerno i passaggi al cattolicesimo furono 130 e i nomi dei convertiti sono noti da un documento del 28 maggio 1294. Tra di essi figurano anche ebrei venuti da altre località, come San Magno, San Severino, Eboli, Avellino, Melfi e l’Abruzzo. La maggior parte delle conversioni si ebbe nel 1292 e già nel gennaio 1293 la stessa via della Giudeca fu ribattezzata con il nome di Ruga Nova. Gli inquisitori usarono anche l’arma dell’umiliazione, come l’obbligo per un rabbino, la vigilia della festa di San Matteo davanti alla porta dei Leoni del Duomo, di offrire il suo capo come leggio per il canto del Vangelo. Nonostante la difficoltà di essere giudei, i rientri dei neofiti nella fede dei padri si intensificarono appena qualche decennio dopo la grande conversione del 1294. Gli Angioini si mostrarono man mano tolleranti sia con coloro che tornavano alla fede degli avi, sia con coloro che non l’avevano mai abbandonata. La conquista aragonese del regno di Napoli nel 1442 da parte di Alfonso d’Aragona confermò la ripresa della vita ebraica, che per il favore che i nuovi signori, rifiorì. Dal punto di vista produttivo gli ebrei compaiono in quest’epoca come prestatori di denaro e come mercanti di stoffe, ferro, bestiame, vettovaglie e libri. Nel 1486 dimorò a Salerno il rabbino Ovadiah da Bertinoro, una delle più eminenti personalità ebraiche del tempo. Il rabbino, nato a Bertinoro nel 1450, morì in terra d’Israele nel 1520. Dopo i disordini che seguirono la rivolta dei baroni nel 1486, la vita degli ebrei a Salerno ed in tutto il regno divenne assai pesante, aggravata con l’arrivo massiccio di profughi provenienti dalla Sicilia e dalla Spagna, da dove l’intollerante Ferdinando il Cattolico li aveva cacciati nel 1492. Mentre Carlo VIII di Francia si accingeva a conquistare il Regno, i fermenti antigiudaici crebbero. Nel 1495, con l’arrivo dei francesi, gli ebrei furono dappertutto assaliti e depredati, rimettendoci in alcuni casi anche la vita. Ma si era ormai giunti alla fine del dominio aragonese. Nel 1501 re Federico fu deposto e nel 1503 la corona del Regno di Napoli fu investita dal sovrano spagnolo Ferdinando il Cattolico. Ancora nel 1520 venne stipulata a Salerno una convenzione tra l’Università (il Comune) e don Samuel Abravanel per l’apertura di un banco di prestito. Però nel 1541 l’imperatore Carlo V, ordinandone l’espulsione per il tramite del vicerè don Pedro da Toledo, mise definitivamente fine alla presenza ebraica a Salerno e nel Mezzogiorno d’Italia.
La redazone ringrazia il valente contributo dello studioso di Storia Locale Nicola Vernieri