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Affondò nel 1942, ritrovato relitto di un incrociatore vicino all’isola di Stromboli ad opera del Cacciamine Vieste. Un superstite raccontava, “Il mio cuore ancora lì coi miei compagni”

L’Incrociatore leggero della R.M.I. Giovanni dalle Bande Nere

Antonio Petrone 11-3-2019 E’ incredibilmente fantastico il mare, quando lo si osserva all’alba, o all’imbrunire, riluce dei suoi vari colori, calmo a volte agitato altre. Spesso lo si osserva fantasticando si terre lontane, ma molto spesso ci si dimentica di come  esso sia stato protagonista di eventi molto spesso portatori di lutti. A volte il genere umano tende a dimenticare l’eroismo dei tanti ragazzi di 20 anni, che spesso vi hanno trovato la morte  77 anni fa. Questo paese ha svenduto a paesi esteri interi tratti marini e con essi ha venduto la memoria e il ricordo dei tantissimi marinai italiani in esso morti. Ma fortuna vuole, che ogni tanto si verifichi un evento straordinario da riportarne a galla il ricordo e la storia. Tra il Tirreno e l’Adriatico  saranno forse un centinaio i relitti dii navi affondate nel corso dell’ ultimo conflitto. È proprio di alcuni giorni fa la notizia data dal Ministero della Difesa e dal Comando della Marina Militare, di aver ritrovato nelle acque del Tirreno a sud di Stromboli il relitto dell’Incrociatore leggeroGiovanni dalle Bande Nere”. Le profonde acque del Tirreno lo hanno nascosto per 77 anni, nel punto esatto dove era stato silurato nell’aprile del 1942 in piena II Guerra Mondiale portando alla morte  buona parte dei 507 marinai a bordo. vinti dalle ferite, dallo choc, dall’acqua gelida che si era tinta di nero per le tonnellate di nafta fuoriuscita dai serbatoi.  Quell’evento è da considerarsi come uno dei naufragi più drammatici della storia militare italiana –  L’incrociatore leggero Giovanni Delle Bande Nere, o quanto ne resta dopo tanti decenni, è stato ritrovato dal cacciamine Vieste a una profondità compresa tra i 1460 e i 1730 metri: un’identificazione avvenuta grazie ai sofisticati veicoli subacquei,  che il mezzo della Marina Militare ha in dotazione. A colpire il Giovanni dalla Bande Nere e a fare scempio del suo equipaggio era stato il sommergibile britannico Urge, “serial killer” della navi italiane nel Mediterraneo: aveva già affondato la petroliera Franco Martelli, danneggiato la nave passeggeri Aquitania e il mercantile Marigola e silurato anche la corazzata Vittorio Veneto. Ma vediamo più da vicino la storia di questa unità navale: Il Giovanni delle Bande Nere fu un incrociatore leggero della Regia Marina appartenente alla classe Alberto di Giussano, così battezzato in onore del capitano di ventura del XVI secolo Giovanni delle Bande Nere. Il suo scafo venne impostato nel 1928 nei Cantieri navali di Castellamare di Stabia, venne varato il 27 aprile 1930 e completato nel 1931.

Varo della R.N. Incrociatore Leggero Giovanni dalle Bande Nere

La nave nell’aprile 1939 prese parte all’occupazione dell’Albania. Nell’occasione la Regia Marina schierò davanti alle coste albanesi una squadra navale al comando dell’ammiraglio Arturo Riccardi, composta oltre che dal Bande Nere, dagli incrociatori leggeri Duca degli Abruzzi e Garibaldi, dalle due Cavour, dai quattro incrociatori pesanti della classe Zara, 13 cacciatorpediniere, 14 torpediniere e varie motonavi su cui erano imbarcati in totale circa 11.300 uomini, 130 carri armati e materiali di vario genere. Nonostante l’imponente spiegamento di forze, l’azione delle navi italiane, nei confronti dei timidi tentativi di reazione da parte albanese, si limitò soltanto ad alcune salve sparate a Durazzo e a Santi Quaranta. Le forze italiane incontrarono scarsissima resistenza e in breve tempo tutto il territorio albanese fu sotto il controllo italiano, con re Zog costretto all’esilio. C’è da ricordare, che la nave effettuò, tra il 10 giugno 1940 e la data del suo affondamento, 15 missioni di guerra, percorrendo in tutto circa 35 mila chilometri.  Tra gli ottocento uomini imbarcati sull’incrociatore, quel primo aprile c’era Paolo Puglisi, 75 anni, baffetti alla Clark Gable rimasti neri come ai tempi in cui stava per ore chiuso nella torretta numero 4, pronto ad azionare i cannoni del Bande Nere. L‘enciclopedia “La Seconda Guerra Mondiale”, curata da Arrigo Petacco, liquida (ingenerosamente) in un paio di righe l’affondamento dell’incrociatore. Secondo il  Puglisi, in realtà, vi furono delle circostanze quantomeno sospette per cui le cose non andarono per il verso giusto. Inoltre tra i marinai superstiti dell’affondamento, si parlò con insistenza di una “spiata”, partita proprio da Messina, sui movimenti della nave e sulle sue condizioni di navigazione. «Il Bande Nere partecipò alla seconda battaglia della Sirte -ricorda Puglisi: Tornavamo alla base di Messina dopo una navigazione con il mare fortissimo, tanto che due caccia-torpediniere, il “Lanciere” e lo “Scirocco”, colarono a picco per il maltempo. Il nostro incrociatore era piuttosto malconcio e molte erano le avarie che il comandante Lodovico Sirta aveva dovuto annotare sul libro di bordo. Arrivammo nello Stretto con ben 48 ore di ritardo, e con la consapevolezza che il destino della nave era il bacino di La Spezia, dove sarebbero state eseguite le riparazioni. Così infatti fu deciso dal comando della Regia Marina Militare, e qualche giorno dopo aspettavamo con ansia l’ordine di mollare gli ormeggi. Il Bande Nere lasciò il porto di Messina il primo aprile 1942 -racconta Puglisi- dopo sei giorni di incomprensibili rinvii. Erano le sei del mattino, due caccia e alcuni ricognitori aerei controllavano che lungo la nostra rotta non vi fossero battelli nemici. Tutto filò liscio sino alle nove, all’ora di colazione, di solito un panino con la mortadella o il provolone.
Eravamo al largo di Stromboli, un sommergibile inglese lanciò un primo siluro, il Bande Nere si inclinò di almeno trenta gradi, un minuto dopo arrivò il secondo e definitivo lancio dell’”Urge”, la nave si aprì in due e cominciò ad affondare rapidamente. Io non ebbi il tempo di gettarmi subito in mare, come buona parte dell’equipaggio. Ero infatti ai “pezzi da 100”, proprio nella zona colpita dai siluri. Riuscii comunque a liberarmi dei vestiti e, aggrappandomi alle “traglie”, i passamano, finii sott’acqua trascinato dal risucchio della nave che stava inabissandosi. A sette-otto metri di profondità, non riuscendo ormai a risalire avevo abbandonato ogni speranza di salvarmi. La visione di mia madre e una miracolosa bolla d’aria mi spinsero di nuovo verso la superficie dove sembrava aspettarmi l’idrovolante delle nave capovolto, attorno ai cui galleggianti erano aggrappate almeno settanta persone.
Pioveva, si cercava di resistere a tutti i costi, di non mollare la presa. In molti alla fine furono vinti dalla stanchezza, dall’acqua gelida e dal dolore per le gravi ferite riportate. Cinque ore dopo arrivò il cacciatorpediniere “Libra”, che raccolse i superstiti e i marinai morti.
Il mare era diventato nero per le tonnellate di nafta fuoriuscite dai serbatoi del Bande Nere. Io fui sistemato tra i morti, perché all’atto di essere recuperato persi i sensi, la confusione del momento fece il resto. Mi svegliai tra la meraviglia dei siluristi, non ricordavo nulla, non ci vedevo più, ero diventato cieco. Poi mi dissero che era stata la nafta, anche il mio corpo del resto era bruciato per essere rimasto molto tempo a contatto con il carburante. Tornati a Messina, in un primo tempo non fu riconosciuta la mia infermità, ed anche per questo mi misero in prigione. Dopo qualche giorno però fui rimandato a casa, mentre agli arresti ci andò l’ufficiale che aveva ordinato la mia carcerazione. Il sole lo rividi dopo un mese». “Non sono mai sceso dal Giovanni dalle Bande Nere, io mi sono salvato ma il mio destino e il mio cuore sono ancora lì, con tutti i miei compagni che sono morti quel primo aprile del 1942“, Raccontava uno dei pochi superstiti, Gino Fabbri, fuochista ausiliario che all’epoca aveva 20 anni. Una storia che segnò tutta la sua vita fino alla morte avvenuta nel 1966 a soli 44 anni: a riportare la sua testimonianza i suoi tre figli Mirella, Bruno e Aurelio Fabbri. Il fuochista fu salvato e ricoverato all’ospedale di Messina dopo molte ore di permanenza in mare, ricoperto di nafta e petrolio su tutto il corpo. “Papà – spiega la figlia – raccontava dell’esplosione, della luce che si spegneva, di come aveva aiutato un altro fuochista a mettere in mare la zattera, subito occupata da numerose persone, mentre lui era rimasto in acqua con altri. E il suo più grande rimpianto era di non essere riuscito a salvare i compagni, in particolare quattro che aveva visto sparire tra le onde. Lui, poi, allo stremo delle forze, era riuscito a nuotare fino alla torpediniera Libra dove fu issato a bordo con una cima”.  Queste testimonianze dovrebbero farci comprendere oggi più che mai l’inutilità delle guerre e di tutte le attività connesse allo sviluppo di nuove armi  non convenzionali come alla creazione di veri e propri mercati internazionali per la vendita di ordigni micidiali, un idea purtroppo perorata da questa classe politica  Italiana. Ora  quasi come a voler dare un segnale all’umanità dopo 77 anni la memoria e il ricordo della R.N. Giovanni dalle bande nere è stato svelato dall’unità navale Vieste grazie all’uso di un minisommergibile. Ciò che resta dell’unità affondata sono i tre tronconi  in cui si spezzo lo scafo dopo essere stata silurata. Sul troncone di prua è ancora visibile e in buono stato lo stemma della nave rappresentato dalla figura del Capitano di Ventura a cui era intitolata l’unità. Tra quelle paratie dormono il sonno eterno della gloria immortale di 500 uomini, molti appena 18-20enni, che per puro amor patrio e per spirito di avventura, risposero si alla chiamata alle armi nell’incoscienza della gioventù…Un desiderio  irrealizzabile sarebbe quello di recuperare se non il relitto , gli oggetti  appartenuti a quegli uomini oppure la campana dell’unità, affinché il prossimo 1 Aprile possa ancora con i suoi tocchi chiamare sull’attenti i vivi, ma soprattutto chi non torno più a imperitura memoria. Proprio in virtù di questi ultimi ritrovamenti(Corazzata Roma e Giovanni dalle Bande Nere) mi aspetterei, che il governo Italiano attuale stoppi e modifichi con la Francia la cessione delle nostre acque per puri e meri fini economici. La sacralità di tutti questi relitti non può essere svenduta, perché in essi vive la nostra memoria e la nostra storia.

Il Sommergibile Britannico Urge responsabile dll’affondamento del Bande Nere

Il Cacciatorpediniere Libraprima untà a issare a bordo i feriti del Bande Nere

Il Cacciamine Vieste: l’unità alla quale va il merito del rtrovamento